È strano quello che succede nella mia testa, da quando sto studiando al politecnico. Per molti motivi. Prima di tutto per il semplice fatto che sto studiando, e che solo pian piano me ne sto rendendo conto. Sono uno studente, e questa è una fortuna che capita a pochissimi esseri umani. Questa è la verità. Basta pensarci per rendersene conto. Non tutti ci pensano però: essendo cresciuto in questo paese, la possibilità di studiare è sempre stata "ovvia", una tra tante. Da quando poi sono qui, poi, sembra che lo studente sia l'unica forma di vita rimasta. E tra questi - rimango sempre sorpreso - c'è gente che non si rende conto dell'élite a cui appartiene. E con élite non intendo un gruppo di persone superiori dal punto di vista umano, bensì di persone - mi ripeto - estremamente fortunate. Non è dunque di un sentimento di superiorità che si parla, bensì di un sentimento di enorme gratitudine. Gratitudine nei confronti della società, che mi offre questa possibilità ed investe milioni perché persone come me possano essere formate. Gratitudine nei confronti della natura, che mi ha donato l'intelligenza che è necessaria per affrontare tutto questo lavoro concettuale. Una gratitudine sentita, reale, che si trasmette in ogni lato di questa vita.
Accanto alla gratitudine c'è l'entusiasmo. C'è una forte voglia di lavorare, di misurarsi, di capire, di arrivare a maneggiare ai massimi livelli soggettivamente possibili la materia. E c'è un crescente senso di fierezza dovuto al fatto di star lavorando per migliorare me stesso. Un lavoro che richiede tanto, tanto tempo. Ed è quel tempo che darà valore a qualsiasi cosa io decida di fare in futuro, perché è solo grazie ad esso che smetto di essere una semplice persona fortunata.
Segue il fatto (e qui il politecnico aiuta) che sempre di più mi avvicino al mondo dove viene costruito il futuro. Per quanto l'esercizio, la sfida di oggi possa risvegliare il mio entusiasmo, vedo sorgere pian piano, parallelamente, degli aspetti dell'ambiente dove "le cose succedono", dove la gente prende le decisioni che cambiano la vita di tutti, dove vivono e operano coloro che hanno inventato l'aspirina, il freno a disco e internet. Ho già parlato, ad esempio, dell'idea per un'[[jeremy_rifkin_hidrogen_economy|economia all'idrogeno]] di Jeremy Rifkin. Ebbene: se ci fosse nella mia vita una via per contribuire efficacemente allo sviluppo di questa idea, sarebbe certamente quella che sto seguendo. E questa è solo una rispetto a tante, infinite possibilità, problemi e sfide che non ho mai neanche sentito nominare, e a cui avrò accesso attraverso questo studio (se poi riuscissi a risolverne qualcheduna tanto meglio). Tutto ciò è molto eccitante.
Oltre a tutto ciò, ci sono poi le materie stesse. Uno studio diventa davvero piacevole quando oltre all'accumulo giornaliero di nuove conoscenze si riesce, contemporaneamente, a mantenere una visione d'insieme. Ciò permette di intuire dove si vuole andare a parare, e soprattutto trasforma le materie in una specie di "corso di orientamento" in un nuovo mondo, con nuove dimensioni, nuove leggi e strumenti di cui si sta imparando l'utilizzo. Un mondo che non è separato da quello comune, anzi che permette di trovare collegamenti più ampi di quest'ultimo, di leggerne i retroscena.
Questo nuovo mondo mi viene costruito davanti, e l'informatica non ne è che una parte. Non si può proprio dire che sia il tema centrale, finora. Come già detto, al momento ci limitiamo ad un'introduzione alla programmazione, i cui concetti generali conosco già grazie alla mia esperienza di autodidatta. Sto imparando a dare un nome a questi concetti, ed è sempre un piacere all'introduzione di una nuova tecnica scoprire di "esserci arrivati da soli".
Al momento programmiamo in "Eiffel", linguaggio di programmazione inventato dallo stesso professore che tiene il corso: Bertrand Meyer. Questo fatto è criticato da molti studenti, specialmente da quelli che hanno già esperienza in programmazione, per il fatto che Eiffel è praticamente inutilizzato (sebbene ci siano casi di uso per niente insignificanti) se paragonato ai linguaggi straconosciuti come Java, C++ o C#, e che dunque le probabilità di usare proprio Eiffel nella vita lavorativa sono minime. Io non mi metto tra i critici, perché come linguaggio Eiffel è semplicemente geniale. Non riesco ad immaginarmi una via più chiara e pulita di programmare. Oltre ad essere puramente OO, è pensato e strutturato in modo da impedirti praticamente di programmare male. È un linguaggio di programmazione "high level", il che significa che le possibilità che hai vengono ristrette, ma gli strumenti sono molto più efficaci, secondo criteri propri della materia (stability, reusability, security, reliability...) che stiamo ancora definendo.
A parte i principi generali della programmazione, come detto, il tema informatica non è ancora stato veramente introdotto formalmente. Stiamo piuttosto imparando le basi matematiche su cui poggia poi il resto dello studio. Tra le tre discipline matematiche che stiamo trattando (analisi, algebra lineare e matematica discreta), la mia preferita è matematica discreta ("Diskrete Mathematik" o DM). Un discorso fatto dal professore Ueli Maurer (non il politico) di DM pochi giorni fa (ciò che mi ha stimolato a scrivere questo articolo) mi ha fatto capire perché questa materia mi appassiona tanto.
I motivi della matematica possono essere racchiusi in tre grandi categorie. Ci sono le applicazioni: le domande della vita pratica a cui serve una risposta che richiede un calcolo o un ragionamento matematico. Da sempre questioni tecniche o tecnologiche hanno spinto lo sviluppo del pensiero matematico. Poi c'è il puro interesse, legato anche ad una certa competizione intellettuale, a risolvere in modo elegante problemi complessi, inventare domande di difficile risposta, trovare vie geniali e inedite per dimostrare un determinato teorema. La curiosità umana che ha spinto le menti a svolgere ricerche in nuovi campi, la cui eventuale utilità pratica è stata un effetto collaterale. E poi c'è il punto di vista - ed è quello su cui focalizza soprattutto la DM - dell'astrazione. Astrazione intesa come semplificazione attraverso il pensiero di un dato fenomeno.
Astrarre significa porsi la domanda: "ma di che cosa stiamo parlando veramente? che cos'è il problema?" Se formulo il quesito (abbastanza classico): "Come devo procedere per separare tutti i 20 quadratini di una barretta di cioccolato spezzandola meno volte possibile?". È meglio spezzare la barra a metà, poi spezzare ancora una volta le singole metà e via così, o c'è una tecnica più efficiente? Già a questo punto avremo operato un'astrazione, considerando che in realtà non è in realtà di cioccolato che si parla. Ci sono ulteriori astrazioni da fare (come ad esempio definire che cosa significhi precisamente "spezzare la barra", capire che la grandezza dei singoli quadratini non è importante, rendersi conto che se c'è una soluzione, avrà qualcosa di "simile" per barrette di cioccolato di altre dimensioni e via così) finché non si sarà reso il problema talmente astratto che la soluzione seguirà direttamente dalla domanda (si parte da un "pezzo di cioccolato" per arrivare a 20 "pezzi", e spezzare significa aumentare la quantità di "pezzi" di 1, dunque non importa come lo si faccia, con 20-1=19 fratture arriverò sempre ad avere i singoli quadratini).
Ho portato questo esempio come è stato portato a me per mostrare come l'astrazione aiuti a risolvere i problemi, a visualizzare le cose nella loro essenza. Ed è impressionante a che livelli si possa arrivare. Il mio LAMA (Lavoro di Maturità) al Liceo sui Teoremi di incompletezza di Gödel andava già molto in quella direzione, e mi ha messo in un buon vantaggio da quel punto di vista. La logica come disciplina è un altro esempio di astrazione: ci si astrae dall'argomento e si considera solamente della sua struttura logica, delle regole che vi operano.
Il concetto matematico più astratto forse è quello di "insieme": lo è talmente da essere "primitivo", cioè si rinuncia a definirlo. Fortunatamente, d'altra parte, è "intuitivo", cioè basta spiegare che un insieme "contiene" degli "elementi" distinti (che possono essere infiniti), e fare qualche esempio ("l'insieme di tutti i cd sul tuo scaffale", "l'insieme di tutti gli atomi", "l'insieme di tutte le possibili partite a scacchi"). Ci sono voluti 20.000 anni dai primi tentativi di quantificare il tempo, e più di 2000 dalla dimostrazione del teorema di Pitagora prima che la teoria degli insiemi venisse espressa formalmente. Eppure, assieme alla logica, serve a costruire tutte le definizioni (da "numero" a "Matrice hessiana") e a dimostrare tutti i teoremi dimostrabili (da "0 < 1" a "non esistono soluzioni intere positive all'equazione: a^n + b^n = c^n se n > 2") della matematica e di tutta la scienza se osservata dal punto di vista dei modelli scientifici in sé (lasciando alle altre discipline scientifiche il compito di decidere se questi modelli si applicano veramente alla nostra realtà).
Questi i retroscena della mia testa tra una serie e l'altra, mentre pregusto pieno di curiosità dove la disciplina informatica andrà ad inserirsi in tutto questo.
trovo bello che nonostante la montagna di studio tu riesca sempre a trovare il tempo per riflettere su quello che ti succede. Anche questo non è per niente ovvio, un po' come non lo è essere studente... (:neutral:)
un abbraccio
ps per una volta sono il primo a lasciare un commento!!!