Maturità 2008 - riflessioni
Published: 19:13, Sunday 16 August 2009
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Alcuni pensieri su scuola e scuola.

È finita. Ce l'abbiamo fatta. Sono maturo...

Sebbene il mondo del liceo mi sembri già lontano (nel momento in cui scrivo ho fatto una settimana di scuola reclute - tutto un altro mondo), voglio fare qualche riflessione legata a questo diploma, in particolare alla strada che mi ha portato ad ottenerlo.

Sicuramente la mia esperienza con il liceo è stata particolare, e il mio punto di vista può essere significativo, avendo io vissuto per molti anni anche a contatto con quell'altro modello che è la scuola Steiner o Waldorf. Sono molto contento di avere frequentato il liceo di Locarno, ho avuto buoni insegnanti, compagni simpatici, e in generale mi sono piaciute le materie, gli argomenti ed il modo con cui venivano insegnati. Porto con me tanti bei ricordi, qualche nuova amicizia e molti nuovi contatti, che sarà sicuramente piacevole sentire di tanto in tanto, così, per aggiornarsi.

Sono entrato al liceo di Locarno due anni fa tramite un esame di ammissione, dopo avere finito la Scuola Steiner di Origlio, una scuola privata troppo giovane e piccola per potere portare tutti i suoi allievi alla maturità federale. Abituato com'ero ad una vita piena di iniziative e progetti da organizzare, quali venivano continuamente proposti alla scuola Steiner, mi sono subito iscritto a quelle materie così belle, anche se non fondamentali per lo studio o per la professione, ma senza le quali il mondo del liceo sarebbe stato molto più povero, quali il teatro ed il coro. E là ho potuto subito trovare persone, come dire, "affini".

Accanto a queste attribuisco un grande valore al lavoro svolto dal comitato degli studenti, sebbene io quest'anno non abbia contribuito. Le giornate autogestite sono importanti. Sono veramente il simbolo di una vita interiore giovanile che porta allo sviluppo di iniziative personali. Simbolo tuttavia fragile, perché da una parte non può essere imposto, e tuttavia i nostri occhi oggi vanno anche educati a vedere, capire ed apprezzare che cosa significhi questo tipo di progetti, e una condizione necessaria (e non sufficiente) perché questo sia possibile è l'esempio, la dimostrazione che qualcosa del genere, costruito dal basso, è possibile. Insomma organizzare questo genere di iniziative è una vera impresa, e coi giovani che fanno questo non ci si può che congratulare, quale che sia il risultato o l'interesse risvegliato negli altri.

Il metodo di insegnamento variava da docente a docente, come anche l'entusiasmo che questo portava nel suo lavoro. Così variava la sensazione che si provava prima di una lezione piuttosto che di un'altra. Sono convinto che ogni scuola sia un caso a sé. Questo forse vale di più per le scuole Waldorf, ma non ne sono sicuro. Il modello della scuola pubblica e quello Waldorf sono molto differenti. Elenco qui non le differenze fondamentali, ma quelle che non avrei potuto individuare, non avessi potuto fare l'esperienza di entrambi questi modelli.

Al liceo tutto funzionava in modo più organizzato, mentre nella "piccola grande famiglia" dove ero stato prima, i conflitti a livello di collegio docenti inquinavano l'atmosfera generale ed influenzavano fortemente la vita quotidiana, d'altra parte la grande libertà di iniziativa di cui dispongono le singole scuole Waldorf ed i singoli docenti ha permesso a noi di fare un'enorme quantità di esperienze che sarebbero state impossibili in una scuola pubblica (lavori annuali pratici, artistici, di ricerca, recite praticamente tutti gli anni, viaggi altrettanto frequenti, anche lunghi e molto interessanti, come in Sudafrica o in Israele...).

Il sistema delle note. Applicato ormai ovunque, ci si abitua tanto ad averlo attorno, che sembra indispensabile. Voglio limitarmi a riferire qual'è la differenza a livello di vissuto personale. Alla fine dell'anno scolastico, alla Waldorf (almeno nella "mia", almeno quando ci sono andato io) alle medie non si otteneva una nota finale, bensì un giudizio, cioè qualche riga scritta da parte del docente che giudicava e valutava il proprio contributo durante le lezioni. Più avanti a questa riga scritta si trovavano delle note (più note, quali impegno a scuola, impegno a casa, livello raggiunto, progressi, rendimento, non ricordo bene). Dimenticavo di dire che alla Steiner è impossibile bocciare. Tuttalpiù se l'allievo ha seri problemi, i genitori decidono assieme all'insegnante di fargli ripetere l'anno (bisogna dire che questa non è per niente la regola: io ad esempio conosco soltanto due casi). Al liceo, come molti sanno, a parte una valutazione all'inizio dell'anno (non scolastico), tutto è basato su note e medie. Una eccezione è il lavoro di maturità, che ottiene un giudizio da "gravemente insufficiente" a "ottimo", valori comunque facilmente traducibili in numeri, come ormai ci si abitua a fare.

Fatto sta che tutto quello che conta in questo sistema è la nota, almeno a livello ufficiale. E non voglio criticare ora direttamente questo fatto. Ma c'è un altro problema che a questo si aggiunge: la poca flessibilità di questa nota. Perché? Ormai si sa: ognuno porta con sé la propria intelligenza, e quello che mi è sembrato di notare (mi si dica se effettivamente sbaglio) è che a tutti i livelli la nota ottenuta con molto impegno varia poco da quella ottenuta con poco impegno. Per quanto riguarda la mia media di maturità: ho calcolato che la media peggiore che realisticamente potevo ottenere distava 3 decimi di punto dalla media migliore. Si parla di media, naturalmente. Ma sono proprio le medie che alla fine contano, che alla fine stanno scritte sui fogli che dovremo far vedere in giro per il mondo del lavoro. Questo, sempre a mio parere (e cum grano salis), è uno dei modi migliori di uccidere l'entusiasmo. Il secondo anno del liceo, soprattutto, ho perso totalmente la volontà di studiare, e questa è una cosa che per chi mi conosce è alquanto sorprendente. Ho capito perché soltanto dopo quasi un anno di conflitto interiore: se facevo tanto o poco il risultato a livello di nota era così poco diverso che inconsciamente qualcosa si era paralizzato. Quando quello che contava era il giudizio, allora ci si comportava di modo che il giudizio fosse buono, ma questo era qualcosa di personale, e un giudizio negativo poteva essere espresso anche se il semplice rendimento era buono. Il giudizio insomma era un feedback importante, che interessava quanto interessava la materia stessa, perché aiutava a capire sé stessi in relazione ad essa. Di conseguenza il tipo di impegno era totalmente diverso.

Chiaro, in qualsiasi tipo di istituzione c'è chi si impegna e chi no, ci sono materie per cui ci si vuole impegnare e per cui no. Tuttavia questo è quello che è successo a me, dentro di me, confrontato con un sistema dove 1) le note sono ciò che conta ufficialmente, e 2) la variazione tra la miglior nota raggiungibile e la peggiore è minima. Il mio entusiasmo, la mia forza di volontà si sono, per così dire, totalmente ammosciati. Questo fino a quando è arrivato il tempo della maturità, la cui importanza poi ha risvegliato i tanto attesi impulsi all'azione e allo studio. Insomma, sottolineo che sono stati due i fattori a provocare questo risultato. Se l'insufficienza per una persona più intelligente fosse diversa da quella per una persona meno dotata, allora penso che molto cambierebbe. Una persona che stimo ha detto che non bisogna sviluppare l'intelligenza dei giovani, ma risvegliare in loro l'entusiasmo e la volontà di usarla.

Questo discorso non è una critica, bensì una semplice riflessione su quello che ho vissuto e sugli elementi che ho raccolto per questa strada, che è stata decisamente molto bella, e che sono felice di avere intrapreso. Grazie a tutti coloro che mi hanno aiutato a percorrerla.

E ora che ho questa maturità? Ho la vita davanti, si dice in questi casi. Non so ancora cosa voglio studiare, gli interessi sono tanti, le idee poco chiare. Salterò un anno per il servizio militare, e poi si vedrà. Anche quella sarà un esperienza che non potrà fare a meno di cambiarmi (lo sta già facendo). Ciò di cui sono certo è che non voglio mai, assolutamente e per nessun motivo, nella mia vita, smettere di studiare ed imparare. Una volta ho pensato: se potessi vivere di rendita, cosa farei? Ebbene: studierei. Non qualcosa di specifico, ma facendomi un programma tutto mio, forse generale come lo è stato quello del liceo, ma sempre più approfondito. Certamente farei degli esami quando mi sentissi pronto. Secondo me il fine ultimo dell'umanità è proprio questo: imparare. Siamo qui per imparare. Dunque imparando contribuisco in due modi al raggiungimento di questo fine: da una parte esprimo direttamente quella che è la mia vera natura, e dall'altra ottengo i mezzi per permettere con maggiore efficacia a me stesso e agli altri di poterla esprimere. Auguro a tutti buona fortuna per il futuro e concludo qui.

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