Stage all'ospizio, seconda, terza e quarta settimana
This page is not available in english. The current version is in italian.

Raccolgo il resoconto di queste ultime settimane al San Carlo in un solo post, non perché questa mia esperienza sia stata meno interessante di quella militare, bensì perché il lavoro in un istituto del genere non subisce grandi variazioni, come era invece il caso su a Motto Bartola: ho insomma poche novità da riferire dal profilo organizzativo, dal punto di vista del funzionamento del mio servizio. Inoltre il segreto professionale, che pur totalmente condivido, mi impedisce di riferire certi avvenimenti. Posso quindi parlare soltanto delle nuove impressioni che ho avuto, delle nuove riflessioni che ho fatto durante le ultime due settimane.

La mia fede assoluta nel prendere appunti è stata scalfitta dall'esperienza: in questo caso la pratica sotto sorveglianza sarebbe stata più efficace. Dico sarebbe stata a causa di quello che è successo: inizialmente credevano tutti che avrei dovuto soltanto osservare, poi che potessi anche lavorare ma soltanto alle cose semplici, e mai da solo. Io mi trovavo in una situazione in cui teoricamente avrei potuto fare anche le cose difficili, il "lavoro sporco", ma avevo timore di chiedere di farle, un po' come andare dal dentista: preferivo esserci obbligato. Bastava che qualcuno mi dicesse di farlo. Sono cosciente del fatto che questo sia un atteggiamento sbagliato, avrei dovuto insistere da subito. Speravo stupidamente e anche un po' pigramente che qualcosa cambiasse. Quel momento però non arrivava mai: non erano le spiegazioni che mancavano, ma la messa in pratica. Quando lavori mentre qualcuno ti osserva, fai perdere tempo, non sei di aiuto finché non sei autonomo. È l'unico modo per imparare veramente, però. Io questo non lo sapevo/non lo credevo. A causa di tutto questo mi sono messo a fare due cose: quando ero con qualcuno cercavo di essere d'aiuto facendo quello che sapevo fare, e quando mi si spiegava qualcosa prendevo una marea di appunti, che utilizzavo poi per lavorare da solo (cosa che paradossalmente dopo un certo periodo mi lasciavano fare, ma neanche tanto paradossalmente, in quanto questo permetteva a tutti di guadagnare tempo). Lavoravo ogni giorno con qualcun'altro, e con un altro gruppo di ospiti, cosa che a me è piaciuta molto, ma che purtroppo ha contribuito al perdurare di questa situazione, e fatto sì che nessuno si accorgesse che in fondo non avevo imparato tutto, malgrado risultasse pratico il mio aiuto.

È arrivato poi il giorno in cui chi mi doveva valutare mi ha assegnato un gruppo, e mi ha detto: "vai, voglio vedere come ti gestisci". E lì sono caduto dalle nuvole. Io? Gestirmi da solo? Con un gruppo che è una settimana che non vedo? Senza avere mai provato con qualcuno che mi facesse notare gli errori? Senza contare il fatto che fosse la prima volta che lavoravo con quella persona, e se c'è una cosa che ho imparato durante lo stage, è che ognuno ha il proprio stile, il proprio modo di lavorare. Ho fatto il possibile, affidandomi un po' agli appunti, ma non è stato un bello spettacolo. A salvare il mio stage, anche se mancava una settimana scarsa dalla fine, è stata un'assistente di cura con cui ho parlato del problema, che ha fatto sì che mi assegnassero, almeno per gli ultimi giorni, un gruppo fisso con un'assistente fissa che non facesse altro che osservare e correggere il mio lavoro, cosa che avrei dovuto richiedere dal principio. Ma col senno di poi...

Ho infine potuto mettere in pratica anche le "cose difficili", e ho visto che alla fine tanto difficili non erano, e che anche lo schifo passa quando sei nell'azione e non più nella paura dell'azione. Con un paio di giorni in più sarei riuscito a fare tutto da solo: so bene che i miei compagni hanno potuto fare ben altro, io mi accontento di questo.

Al contrario di come avrei creduto ho notato che in un lavoro del genere si tende automaticamente ad impigrirsi intellettualmente, se si smette di porsi coscientemente delle domande. Voglio dire che man mano che l'abitudine si fa strada, è sempre più facile lasciarsi andare a quel tipo di pensiero che lascia tutto il possibile all'inconscio, agli automatismi. Si finisce, insomma, a vivere alla giornata, sviluppando dei metodi sempre più efficienti per sopravvivere all'orario di lavoro, per far passare il tempo. Bisogna perciò rimanere coscienti nel proprio lavoro, continuare a paragonare l'oggi con l'ieri, riflettere, per ottenere nuovi insights e una più profonda comprensione di questa tematica umana - la vecchiaia. Io invece avevo un po' tralasciato questo lavoro intellettuale: se osservo il mio diario, le osservazioni si fanno rare, mentre si trova una gran quantità di appunti di lavoro. In fondo non è necessariamente detto che una persona pratica di un lavoro abbia un'opinione più fondata sulle questioni legate all'ambito in cui opera, ad esempio sappia cosa si dovrebbe fare politicamente per migliorare una data situazione. D'altra parte son sempre dell'opinione che un'esperienza in quel dato ambito sia uno dei presupposti migliori (forse più necessari) per formarsi un'idea più solida di certe realtà, e non rimanere nella mera speculazione.

La relazione cogli ospiti è stata una cosa che istintivamente ho curato molto. Era una cosa speciale. Con il tempo ero diventato molto sicuro di me, avevo capito come prenderli, come rispettarli. L'evento che piû mi ha fatto capire si è verificato la prima settimana: un'ospite voleva tornare a casa, diceva che c'era la famiglia ad aspettarla. Insisteva, chiaramente anche quado le si diceva di stare tranquilla, quando si cercava di distrarla. Poi un'assistente di cura è andata e le ha spiegato tutta la verità stimolandola a ragionare, senza mezzi termini. Lei di che anno è? E in che anno siamo ora? Siamo nel 2008. Allora quanti anni ha? Lei lo sa che posto è questo? Il San Carlo, è una casa per anziani, lei è qui da diversi anni ormai. Con novanta e passa anni è normale che la memoria giochi brutti scherzi. È normale. Lei abita qui, tutta la sua famiglia lo sa, non si preoccupi. A sentire quel dialogo io mi sono sentito molto meglio: la verità, la verità che libera, la verità che sana, anche in una situazione del genere. L'unica autorità è l'autorità dei fatti.

Da lì ho cominciato ad agire con sicurezza: anche in un ospizio, come ovunque, potevo continuare puntare sulla sincerità, e come ovunque scegliere le parole era semplicemente un fatto di sensibilità ed intelligenza. Certamente ci sono dei casi in cui proprio non vale la pena insistere, in cui la persona è totalmente convinta di ciò che dice e non c'è modo di farla ragionare. Ma anche lì i modi ci sono. Importante è non perdere la calma, e non lasciarsi turbare dal dovere ripetere magari molte volte la stessa cosa. In ogni caso le cose importanti sono regolamentate. Se l'ospite si alza sempre da solo e rischia di cadere, si richiede una firma a medico e parenti, e gli si metterà la cintura. Non è bello vedere qualcuno obbligato a mettere una cintura. Ma la cintura in sé non è nulla di disumano, è una soluzione pratica ad un problema pratico: se il personale fosse abbastanza numeroso da permettere una sorveglianza continua di ognuno, si potrebbe parlare diversamente. Questo tipo di pensieri, volti ad indicare la necessità di alcuni provvedimenti, permettono di svolgerli serenamente, e di spiegarli in modo comprensibile a chi ne è coinvolto.

Impressionante è stato vedere quanto si può influenzare la qualità di vita di una persona coi farmaci. Devo precisare una cosa: i medici, responsabili appunto per la prescrizione dei farmaci, non sono dipendenti dell'istituto, bensì sono i medici privati degli ospiti, spesso quelli che avevano già prima di venire ad abitare al San Carlo. Ciò significa che la libertà di scelta per quanto riguarda il proprio trattamento rimane assicurato. E tuttava malgrado questo ho visto delle cose che un po' fanno pensare. Viene da chiedersi: ma che tipo di persona sarebbe se non dovesse prendere quelle cose? Non escludo che possa essere peggio. Non ne sono certo però.

Altre cose le ho imparate dagli ospiti stessi: gli handicap imposti loro dalla vecchiaia non erano né qualcosa di cui si dovesse parlare, né qualcosa da ignorare. Erano dati di fatto. Un ospite magari mi aiutava nel lavoro, dicendomi: adesso prendi quello e me lo spalmi sul braccio malato. Oppure: mi metti le gocce, per piacere, che io non riesco più, mi aiuti a girarmi, eccetera. Prima di fare questo lavoro percepivo l'atto dell'assistenza come qualcosa di imbarazzante per l'ospite. Ho poi visto che per loro il fatto che fossi lì ad assistire era una cosa ovvia, ben prima che lo fosse per me. Ho dovuto imparare, insomma, a dire direttamente, senza secondi pensieri: "adesso la porto in saletta e le do da mangiare", oppure: "si sporga un poco avanti che la aiuto a spostarsi sulla sedia" (curiosamente viene istintivo dire: "andiamo a mangiare", "ci spostiamo sulla sedia").

Adesso lo stage è finito, mi tocca tornare a militare (parto tra 5 min.), comincia la VBA. Sono decisamente contento di avere avuto questa opportunità, una vera fortuna. Diventare soldato sanitario è stata decisamente una buona scelta.

Comments
19:10, Sunday 16 August 2009
-
By Alessia

Post troppo lungo...

19:10, Sunday 16 August 2009
-
By Nick

Lungo, corto... dipende dalle intenzioni che si hanno. Vedila così: ho dedicato diverse ore a questo post, per questo è lungo. Non pretendo che poi tutti abbiano tempo e voglia di leggerlo, naturalmente. In ogni caso mi sorprende questa critica: non è poi tanto più lungo della media dei post del mio blog. Sarebbe più sensato criticare tutto il blog. Ma anche qui tutto ciò che posso dire è: scrivo tanto, è una scelta cosciente. Chi mi legge e apprezza il mio lavoro sa già cosa aspettarsi. È il mio modo di fare. Vuoi un esempio? Per scrivere questo commento sono stato a pensarci su almeno un quarto d'ora. E questo perché ciò che mi interessa è una comunicazione di qualità. Non so se ti interessa la mia risposta, né se tornerai mai a leggerla, ciò che è importante è che esista, e che almeno i prossimi che passano sappiano cosa ne penso su questo argomento.

19:10, Sunday 16 August 2009
-
By lisa

ciao! è un po' che ho scoperto il tuo blog...
volevo solo dirti che mi piace molto il modo in cui riesci a scrivere e raccontare tutto quanto.
e buona fortuna per il ritorno al militare...

Write a Comment
Name:
*
Email:
Website:
If you are human write 'g':
*
Title:
*
Your comment:
*
* These fields are mandatory.
© Copyright 2009-2011 Nicola Marcacci Rossi