Retrospettiva sull'esperienza in Sud Africa
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Durante la XI classe abbiamo fatto un viaggio umanitario in Sud Africa. In questo testo rifletto sulla possibilità di un senso di un'esperienza del genere.

Questo testo è stato pubblicato sul "contatto", la rivista della Scuola Rudolf Steiner di Origlio, edizione dell'autunno 2005.

Dal mio diario:
"...Eccoci sull'aereo. Abbiamo 12 ore da passare qui dentro. Televisione, musica, cibo e giornali. Ho la sensazione di avere già volato (forse con tutti i film...). Chissà se riusciremo a parlare con qualcuno, forse intervistarlo...
Dobbiamo ancora decollare. Sono vicino a Nathalie. Ecco. Il momento è arrivato. Stiamo per partire. Chissà come sarà tra tre settimane? Chissà con quale stato d'animo, con quali pensieri staremo partendo? Chissà che persone saremo? Come saremo cambiati? Solo il tempo potrà dirlo..."

Quante discussioni, e quante fatiche di così tanta gente erano state necessarie a rendere possibile quel momento. Un momento decisivo; non si era ancora passati all'azione, ma già si poteva dare uno sguardo indietro e rendersi conto di aver passato un'altra avventura, prima di allora, di avere affrontato peripezie di un altro tipo rispetto a quelle a cui andavamo incontro.
C'era stata la raccolta dei fondi, l'organizzazione di tutti quei particolari così trascurabili per chi non era abituato ad organizzare cose del genere ma in realtà così importanti, gli umori e le emozioni pulsanti generalmente in una classe undicesima; dubbi e timori, forze ed energie del resto necessarie anche in altri ambiti della vita di ognuno. Tutti fattori che la mia classe, i docenti, i genitori come anche altre persone, come ad esempio i contatti in Sud Africa, avevano dovuto gestire, con cui avevano dovuto dialogare.
In quel particolare momento, mentre il motore dell'aereo rombava e la spinta ci schiacciava contro i sedili, lo sguardo inteorrogativo verso il futuro mi dava una sensazione di vertigine, perché non trovavo una risposta, se non quotidiana, almeno concreta; trovavo il vuoto. Un vuoto pieno di domande che avrebbero dovuto aspettare le loro risposte attraverso l'esperienza nelle seguenti tre settimane. Settimane che qui riassumo brevemente:

La prima settiaman alloggiammo in un centro ecologista, sull'oceano, e lavorammo divisi in gruppi in tre diverse baraccopoli: Khayelitsha e Masiphumelele di neri, Ocean View di "coloured". La seconda settimana, al contrario, lavorammo tutti insieme alla scuola Waldorf di Imhoff mentre alloggiamo nelle varie famiglie divisi in coppie.
Nei fine settimana e in varie serate erano stati organizzati incontri e visite di tutti i generi, da quelli sociali a quelli naturalistici, a quelli di svago.
Mentre i primi due terzi dell'uscita li avevamo passati nella penisola di Cape town, l'ultima settimana abbiamo fatto un'escursione in pulmino più verso l'est, alloggiando in luoghi diversi, per poi tornare l'ultimo giorno all'aeroporto per il ritorno.

La preparazione storica, sociale e politica, nonché linguistica si era resa molto utile alla comprensione delle tematiche locali e delle storie individuali.
L'aiuto delle famiglie e delle persone del luogo in ogni forma si era rivelato preziosissimo e indispensabile tanto da farci sentire debitori e riconoscenti anche in seguito, a conti fatti. Ci aveva salvato dal sentirci in colpa l'affermazione spesso ripetuta dal Mo. Mari Grego che dovevamo vedere lûscita come un'azione non di "dono" ma di "scambio"... di mezzi, di contatti, culturale, e perché no ma forse soprattutto emotivo.
Da parte mia lo scambio c'è stato; ho tra l'altro ancora contatto via internet con la famiglia dove abbiamo abitato Piacenza ed io durante la seconda settimana.

Come non aggiungere qualcosa sulle impressioni avute del Sud Africa in sé?
E come non parlare, sotto questo argomento, dlla povertà, delle townships, del problema dell'AIDS, dei contrasti, attriti e conflitti? Come non parlare dei bambini, splendidi ed eccezionalmente spontanei? Come non parlare dell'oceano, delle montagne, del fynbos? Come non parlare dei babbuini?
E dei mercati di neri, delle sculture, di "Cape of Good Hope", di Cape Town, e di nuovo delle townships? E dei piedi senza scarpe, dei muri con il filo spinato?

Laggiù ho scoperto alcune cose rispetto a quello che sapevo prima.
Mentre prima ad esempio in classe si parlava di conflitti tra neri e bianchi, là ho notato la forte presenza anche di un altro gruppo (o non-gruppo?) etnico: i coloured, cioè i meticci, e mi sono accorto come man mano che la "coscienza nera" si sta sviluppando, i coloured si ritrovino senza una vera identità, si trovino ad essere "il resto", senza una cultura propria ed unica.
Ho inoltre scoperto che ora ci sono alcuni bianchi che hanno paura di venire scacciati dal Sud Africa, con il partito nero dell'ANC al governo.
Ho scoperto che col crescente ceto medio nero sta nascendo una divisione anche tra di loro: dall'altra parte stanno naturalmente i neri rimasti poveri.
Ho scoperto che per aumentare l'accesso al lavoro ai neri la cui istruzione era ovviamente di livello inferiore, sono stati abbassati gli standard per accedere alle libere professioni, venenedo così a pesare sulla qualità della manodopera in Sud Africa.
Ho scoperto che al fynbos, il tipo di pianta regnante nella penisola di Cape Town, è necessario ogni tot. anni il calore del fuoco per potersi riprodurre, perché altrimenti ladura scorza dei semi non si spaccherebbe.
Ho scoperto che laggiù i baboons (babbuini) circolano liberamente, a danno dei locali, che spesso se li trovano in casa a saccheggiare la cucina. Hanno tra l'altro imparato ad aprire le porte (non chiuse a chiave) e le finestre (per ora solo dall'interno).
E tutte quelle curiosità proprie e tipiche di un luogo, ma così strane per chi arriva dall'estero.

Senza nulla rogliere alla validità di questa uscita potrò quindi riferire quanto segue:
Ad un certo momento, in viaggio, nell'aereo di ritorno, mi sono ricordato della domanda che mi ero posto tre settimane prima. Come ero cambiato? E la risposta che ho avuto non è stata per niente quella che mi ero aspettato: non mi sentivo infatti per niente diverso da quello che ero alla partenza. Più che altro ero stufo del viaggio, che stava durando dalla mattina del giorno prima...
Ed anche ora, quasi tre mesi dopo, guardo dentro me stesso, penso a quel viaggio e non provo l'esaltazione che proverei pensando ad altre gite. Anzi, da quel punto di vista sento quasi noia, una voce che dice: "Oh no, ancora Sud Africa..."
Il Sud Africa mi ha colpito ad un altro livello, credo meno conscio e più profondo. Forse il mio carattere è mutato in quell'esperienza, ma se è così, è avvenuto in modo impercettibile, non in maniera che io possa dire ora: "Si! Guardate! Ora sono più sicuro di me stesso! Ora sento di avere più esperienza di voi sfortunati...".
È solo scavando molto al di là delle immagini rimastemi attraverso le foto, tutti i testi scritti, ed i fatti ripetuti mille volte sullo stato del Sud Africa e del lavoro che abbiamo fatto, è soltanto al di là di tutto questo che riaffiorano voci, immagini, istanti, odori e sensazioni anche senza un nome o un significato particolare. Ciò che mi girava per la testa, gli argomenti di cui si parlava, persino le antipatie che provavo diventano piacevoli, quando, per un istante, mi riportano laggiù.

È solo ora, scrivendo questa retrospettiva, che posso chiedermi, avendo elementi per rispondermi: qual'è lo scopo di una gita del genere? Perché andare in un altro paese, immergersi a fondo per un periodo nei suoi problemi, fare qualcosa per esso sapendo che si tratta di un'azione infinitesimamente piccola, per poi tra l'altro accorgersi di ricevere in cambio di più, molto di più, ed infine venire anche ringraziati?
Qual è il tipo di attitudini, di pensieri, di emozioni che una scuola come la nostra può voler risvegliare in noi con un'uscita tale? Insomma, cosa c'era laggiù per noi da imparare?
Si tratta forse di compassione?

Non sono stato in grado di provare compassione. Forse per l'idea che ne avevo. Forse per via del mio carattere.
È comunque un'affermazione grave. Non sono stato in grado di provare compassione, almeno non quella che ci si aspetta di provare guardando le foto di un cartellone che richiede fondi per i poveri, o dei film ambientati in loco, con la colonna sonora strappalacrime o anche quel silenzio tipico pieno di sguardi che sembra dirti con estrema pesantezza morale: "Le immagini di povertà che vedi parlano da sole."
No. Laggiù, nella piccola scuola pochi mesi prima bruciata per atti di vandalismo, dinnanzi alla piccola cella di Nelson Mandela, persino nella più misera delle townships che ho visto, mi sembrava di aver trovato soltanto una parte della loro realtà: quella che lotta, che ancora spera, che con entusiasmo sempre ricomincia da capo, e non chiede compassione. L'altra faccia del Sud Africa sembrava nascondersi quasi completamente ai miei occhi, fino a qualche elemento fuori campo: alcuni uomini in fondo alla via, senza lavoro né speranze, a guardarsi in faccia; un bambino tra gli altri, apparentemente come loro, ma piange più spesso di loro: probabilmente ha l'AIDS; alcuni strani silenzi di Fezile, un maestro nero a cui poniamo delle domande; i primi manifestanti di una protesta durata poi due o tre giorni. Tutte cose che soltanto lasciano intravvedere tutta la rabbia e la sofferenza aleggianti dietro le loro canzoni di speranza.
Perché la gente che "ha visto" viene inneggiata, invidiata, mentre essa non lo augurerebbe a nessuno, e in realtà non se ne vanta per niente? Non si tratta forse dello stesso impulso che ci spinge a guardare film di violenza, che rende interessanti ai nostri occhi soltanto le notizie scandalistiche?

La gente soffre sola. O almeno ci prova. Non pubblicamente come ad es. la televisione mi ha insegnato, rendendomi c§osì9 cieco ai reali e come tali celati segni della sofferenza. Eh si, perché con occulto orrore di me stesso ho scoperto di non saper piangere di fronte alla miseria, di aver bisogno di stimoli ancora più forti e palesi, per provare qualcosa, perché ormai assuefatto. Dai media? Dalla mia società? Dalle storie sentite tutti i giorni ormai diventate anonime?

Forse sono stato in grado di trovare uno sbocco, una via d'accesso alla comprensione di quella gente quando mi sono reso conto che mentre ci trovavamo tutti allo stesso modo in quella baracca, io avevo il pomeriggio a tal ora il pullmino che mi aspettava, e tenevo in tasca un biglietto d'aereo che due settimane dopo sarebbe stato lì pronto a portarmi a casa.
Compassione, quindi? Forse, ma diversa. Se mi sarei aspettato di soffrire per la loro sofferenza, piangere dle loro dolore, e quindi in qualche modo sentirmi più simile a loro, ciò che ho incontrato io è stato il doloroso sentirmi diverso, privilegiato, la straziante impotenza a poter dire: "Si, io ti capisco". La distanza, il vuoto celato tra me e le persone, causato dal mio diverso stato sociale, questo è stato il mio dolore. Questa sensazione è forse paragonabile ad un peggiorativo del "sentirsi turisti".
"Anche se io sono que e vedo te e la tua situazione, so che non prenderò il tuo posto, e tornerò alla mia dolce e comoda abitazione riscaldata..." Come posso anche solo osare sentirmi simile a loro? Non sarebbe persino ipocrita dire di provare compassione?
E tutto questo mentre da parte di quelle donne, quegli uomini, quei bambini, non ho ricevuto altro che calore, calore e calore.
È quindi in questo che io riesco a vedere forse uno scopo di questa uscita. Nella ricerca di questo sentimento di insoddisfazione della nostra comune esigenza di sentirci uguali agli altri, nel tentativo di comprendere che finché la diffenreza di possibilità fisiche tra persone sarà cos`grande, non si potrà soddisfare questa nostra esigenza.
Questo scopo è stato raggiunto?
E come rispondere a questa domanda? Le parole che ho scritto, non sono alla fine altro che parole, messe insieme in un bel concetto. Lo scopo di questa gita sarà raggiunto ogni volta che la sensazione descritta sarà risvegliata in me spingendomi ad agire tentando di spezzare la barriera che mi separa dagli altri; sarà fallito ogni volta che ciò non accadrà. La sfida quindi resta aperta.

Vorrei concludere con un ricordo dell'uscita:
Il ricordo di noi, l'ultimo giorno, uniti al camino del lounge a parlare di come la gita fosse andata, che ci rendevamo conto - e con quale sollievo - di come la classe, sopo l'atomsfera tempestosa avutasi duarante l'anno, si fosse finalmente legate in queste tre settimane, proprio prima di lasciare alcuni di noi, e pensavamo a come fosse bello poter colncludere in bellezza l'undicesima classe.
L'uscita sociale aveva finito per riunire anche noi.

Uno sguardo romantico potrebbe notare che quasi simbolicamente, avevamo dovuto andare in capo al mondo per ritrovare, infine, noi stessi.

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